Con liberty a Milano si usa indicare l’esperienza dell’omonimo stile diffusosi nella città ambrosiana tra i primi anni del Novecento e lo scoppio della prima guerra mondiale nel 1915. Fu infatti nel capoluogo lombardo che lo stile liberty trovò, grazie allo stretto legame con la rampante borghesia industriale dell’epoca, un fertile terreno per un rapido sviluppo che lo vide spaziare dalle influenze dell’art nouveau floreale francese allo jugendstil tedesco e all’eclettismo.

Con l’Esposizione Nazionale del 1881, a vent’anni dall’Unità della nazione, la città di Milano si consacrò definitivamente come il principale polo industriale italiano. La città vide la formazione di una nuova classe borghese emergente legata all’industria e al commercio e formata da capimastri, possidenti e imprenditori che in pochi decenni avrebbe affiancato in agiatezza e importanza l’antica nobiltà cittadina.

All’inizio del XX secolo quindi la classe borghese, ormai divenuta padrona della vita sociale ed economica della città, trovò nello stile liberty, novità proveniente dalla Francia ed introdotta in Italia nell’Esposizione di Torino del 1902, il proprio specifico status symbol e l’occasione per mostrare la propria potenza e nello stesso tempo sottolineare il netto distacco dalla classe nobiliare e dalle sue dimore neoclassiche e barocche: questo legame quasi esclusivo fra la nuova classe dominante e il nuovo stile architettonico e il netto distacco dai modelli architettonici della “vecchia” classe aristocratica appaiono quantomai evidenti quando si osservi che, mentre la nuova borghesia innalzava dimore à la page seguendo i nuovi de